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LA BANALITA’  DEL POTERE

L’illusione dell’inconscio efficiente

Tratto dal libro di Umberto Galimberti “I Miti del Nostro Tempo” il seguente passaggio svela il lato subdolo del potere utilizzando la prospettiva di James Hillman, acuto psicanalista che evidenzia le contraddizioni dei miti della crescita, sviluppo ed efficienza senza un senso, la tecnica che annulla la soggettività.

 

di Umberto Galimberti

Il potere è sempre esistito o nella forma truculenta della tirannide o in quella legale dello Stato. In entrambi i casi si tratta di un potere visibile, a cui ci si può opporre oppure riconoscerlo. Oggi il potere è diventato subdolo, più mascherato, più nascosto, ma proprio per questo più pervasivo, fino a permeare il nostro inconscio, alpunto da farci apparire ovvia quella che in realtà è una sua imposizione.

Per rendercene conto dobbiamo domandarci se a volte non abbiamo del potere un concetto troppo grossolano al punto da non riconoscerlo proprio là dove ci assedia. Il potere non si presenta mai come tale, ma indossa sempre i panni del prestigio, dell’ambizione, dell’ascendente della reputazione, della persuasione, del carisma, della decisione, del veto, del controllo, e dietro queste maschere non è facile riconoscere le due leve su cui si fonda: il controllo assoluto delle nostre condizioni di vita e la massima efficienza delle prestazioni che ci sono richieste.

Il mito dell’efficienza, che molti sembrano condividere applaudendo i leader politicin che promettono di garantirla, fu sperimentato su larga scala come macchina di potere nei lager nazisti, dove il problema era “sistemare” in ventiquattro ore i convogli di deportati che quotidianamente arrivavano. In uno dei lunghi colloqui che Gitta Sereny ebbe con Franz Stangl, direttore del campo di sterminio di Treblinka, si legge:

STANGL:”Il lavoro di uccidere con il gas da cinquemila a seimila persone in ventiquattro ore esigeva il massimo dell’efficienza. Nessun gesto inutile, nessun attrito, niente complicazioni, niente accumulo. Arrivavano e, tempo due ore, erano già morti.

SERENY:”Ma lei, nella sua posizione, non poteva far cessare quelle nudità, quelle frustate, quegli orrori dei recinti di bestiame?”

STANGL:”No, no, no! Questo era il sistema. L’aveva escogitato Wirth. Funzionava. E dal momento che funzionava era irreversibile”

James Hillman, tentando una psicanalisi del potere e delle maschere dietro le quali si nasconde, ritiene che un personaggio come Stangl è la figura d’ombra che incombe dietro le spalle di ogni uomo seduto al tavolo di un ufficio, dove l’agire è regolato da quell’unica causa: la causa efficiente che, messe in ombra le altre cause che Aristotele chiamava “finale”, “formale”, “materiale”, diventa l’unica risposta alla domanda che chiede il perchè di un determinato agire.

Ma quando la causa efficiente perde di vista la sua correlazione con le altre cause diventando l’unica motivazione dell’agire, allora non importa più che cosa avviene, o per chi avviene, o a quale scopo avviene. Elevata a valore assoluto, l’efficienza mette in ombra lo scopo delle azioni, la loro direzione, il loro senso, per attestarsi sulla mitologia della pura funzionalità priva di riferimento.

Celandosi dietro la maschera dell’efficienza, scrive, Hillman, il potere ottiene da un lato l’ubbidienza dei subordinati, inducendo in loro un pensiero a breve scadenza, per cui non si guarda più intorno e in avanti e a lungo termine sui valori di fondo della vita con conseguente atrofizzazione dei sentimenti, e dall’altro lato quella diffusa insesatezza, per cui i “fini” raggiunti diventano “mezzi” per fini ulteriori, dove il semplice “fare” trova la sua giustificazione indipendentemente da ciò che si fa.

Ma là dove l’efficienza rappresenta di per sè una ragione sufficiente per l’agire umano, l’inefficienza diventa uno dei modi per sabotare la tirannia dell’efficienza, una sorta di “etica” adottata per protestare contro lo smarrimento di senso e di fini (causa finale), contro lo sfruttamento illimitato delle risorse naturali (causa materiale), contro l’abolizione dell’etica e dell’estetica in ogni processo di produzione e consumo (causa formale).

Il potere che nasconde la sua forza sotto i paludamenti dell’efficienza differisce da Treblinka solo per il contenuto a cui si applica, non per il principio, per cui conclude Hillman:

“Sarebbe bene tener presente l’immagine di Treblinka quando si chiede al governo di essere più efficiente. Quando un candidato a un incarico politico imposta la sua campagna elettorale su una piattaforma di efficienza del governo, lascia intravedere l’infiltrarsi di ideali fascisti. Mussolini faceva viaggiare i treni in orario: ma a quale prezzo?”

Eppure l’efficienza serve alla crescita, dal punto di vista psicologico, “crescita” significa maturare, migliorare, divenire indipendenti, essere padroni di sè, farsi carico della proria vita, avere potere. Questi valori, che la psicoanalisi ha assunto come propri ideali e modelli di sviluppo della personalità, forse appartengono all’epoca della Rivoluzione industriale del XIX secolo quando, scrive Hillman, le macchine a vapore  riducevano la fatica e aumentavano la produzione, le rotaie ferroviarie  si protendevano verso orrizonti illimitati, l’elettricità a buon mercato dava l’idea di poter illuminare i luoghi bui di tutta la terra al semplice scatto di un interruttore, come nell’epoca  dell’Illuminismo la luce della ragione aveva illuminato i sotteranei irrazionali della nostra anima.

Ebbene l’esaltazione acritica di questi valori, che hanno permeato di sè anche il nostro inconscio, forse trascura di considerare che essere “indipendenti” significa anche essere “soli”, e che “crescere”, “diventare più grandi”, ci ricorda Hillman, non sempre e non solo significa “migliorare” e “maturare”, ma anche”appassire” e “morire”.

 

 

 

 

 

 

IN FUGA DA SE STESSI

Il fascino discreto dell’efficienza

Il seguente testo è tratto da un articolo di Oliver Burkeman pubblicato su Internazionale del 28 aprile 2017 in cui emergono temi molto interessanti e allo stesso tempo inquietanti. Le trasformazioni sociali sembrano proiettare nella nebulosa della globalizzazione individui soli ma obbedienti in modo volontario. Ordine, efficienza e controllo (meglio se su se stessi) sembrano inevitabili, l’unica soluzione che l’individuo trova è buttarsi nel fare, nel lavoro o in qualche occupazione come anestesia a possibili domande di senso  sulle proprie scelte di vita o evitamento della morte con l’ illusione di raggiungere l’immortalità. Certo ma come creare spazi di riflessione in questo eterno presente?

di Oliver Burkeman

Non è difficile capire la fascinazione che l’efficienza esercitava: era la promessa di fare, ciò che uno già faceva, ma meglio, più rapidamente e pagando meno. Cosa poteva esserci di sbagliato? Per chi non era direttamente colpito dal tentativo di trattare gli esseri umani come macchine, come nel caso dei lavoratori della Bethlehem Steel, non c’erano controindicazioni evidenti. Ma con il passare del tempo c’è stato un cambiamento importante: siamo diventati tutti spietati dirigenti delle nostre stesse vite. L’ethos del mercato si è esteso a un numero crescente di aspetti della società, la vita è diventata è più individualista, la dottrina dell’efficienza si è radicata e noi abbiamo finito per interiorizzarla. All’epoca di Taylor l’efficienza era soprattutto un modo di persuadere (o costringere) le persone a lavorare di più nello stesso arco di tempo. Ora è un regime che imponiamo a noi stessi.

All’origine del nostro ansioso impulso a gestire meglio il tempo c’è una motivazione familiare: la paura della morte. Come osserva il filosofo Thomas Nagel, su qualunque scala temporale significativa che non sia quella umana (per esempio quella del pianeta o del cosmo),”saremo tutti morti tra un attimo”. Non stupisce che siamo attratti dal problema di come usare al meglio i nostri giorni: se potessimo risolverlo, ci risparmieremmo la sensazione, per dirla con Seneca, di essere abbandonati dalla vita proprio mentre ci prepariamo a vivere. Morire con la sensazione di non aver lasciato nulla di incompiuto: non è nient’altro che la promessa di raggiungere l’immortalità con altri mezzi.

Ma il moderno zelo per la produttività personale, radicato nella filosofia dell’efficienza di Taylor, spinge il ragionamento molto oltre. Se solo riuscissimo a trovare la tecnica giusta e a essere abbastanza autodisciplinati, ci viene detto, capiremmo che siamo riusciti a fare posto a tutto ciò che è importante e potremmo finalmente sentirci felici. Spetta a noi, è anzi un nostro dovere, massimizzare la nostra produttività. Quest’ idieologia fa molto comodo a chi guadagna dal fatto che lavoriamo di più e che abbiamo quindi più soldi da spendere. Ma funziona anche come una forma di evitamento psicologico. Più ci convinciamo che non siamo costretti a fare scelte difficili (c’è tempo per fare tutto) e meno ci sentiremo obbligati a chiederci se la vita che abbiamo scelto è quella giusta.

La produttività personale si presenta come antidoto all’essere indaffarati, ma sarebbe più corretto vederla come un altro modo di essere indaffarati. E, come tale, svolge la stessa funzione psicologica di ogni occupazione: tenere abbastanza distratti da non pensare a terrificanti domande su come viviamo le nostre giornate.”Ci abbandoniamo anche al più gravoso lavoro giornaliero con ardore e una mancanza di riflessione che vanno al di là del necessario per la vita, perchè ci sembra più necessario evitare il tempo libero per riflettere”, scrisse Friedrich Nietzsche, preannunciando il presente.”La furia è generale, perchè ognuno è in fuga da se stesso”. Potete provare quanto volete far regnare l’ordine nella vostra casella di posta, ma prima o poi sarete costretti ad affrontare un fatto: quella valanga di email e l’impulso di smaltirle tutte non sono un problema tecnologico. Sono manifestazioni di dilemmi più grandi e personali. Quali strade percorrerete, quali deciderete di abbandonare? Su quali rapporti deciderete di concentrarvi nel lasso breve della vostra vita, chi vi rassegnerete a dover deludere? Cos’è che Conta?

 

 

 

“Quando fai piani per un anno, semina grano.

Se fai piani per un decennio pianta alberi.

Se fai piani per la vita, forma e educa le persone.”

Proverbio Cinese

 

CONTRO INCERTEZZA E PRECARIZZAZIONE, EDUCAZIONE PERMANENTE

di Zigmunt Bauman (2008)

Perchè siano utili nel quadro della modernità liquida, educazione e apprendimento devono essere continui e permanenti. nessun altro tipo di educazione e/o apprendimento è concepibile. La “formazione” del sè e della personalità non è pensabile in una forma diversa dalla formazione incessante, perpetuamente incompiuta e aperta.

Considerate le tendenze preponderanti che danno forma alle relazioni di potere e alle strategie di dominio nella nostra epoca della modernità liquida, la prospettiva che la traiettoria di sviluppo del mercato, cosìcontorta e casuale, diventi lineare rendendo più realistici i calcoli sulle “risorse umane” è nella migliore delle ipotesi flebile, e con ogni propbalità inesistente. Nel quadro della modernità liquida “l’incertezza artificiale” è lo strumento più importante di dominio, mentre la politica di precarizzazione (utilizzo un termine di Pierre Bourdieu) sta diventando il nucleo di della strategia di dominio. Mercato e “progetti di vita” sono discordanti: quando la politica statale si arrende alla guida dell’economia, intesa come libero gioco tra le forze del mercato, l’equilibriodi potere tra idue si rompe decisamente a vantaggio del primo.

Ciò non è di buon augurio per il “conferimento di poteri e responsabilità (empowerment) ai cittadini” citato dalla Commissione Europea come obiettivo primario dell’apprendimento permanente.Per consenso diffuso, l’empowerment (termine che nel dibattito corrente viene usato in modo intercambiabile con quello di enablement ) viene realizzato quando le persone acquisiscono la capacità di controllare, o almeno di influenzare significativamente, le forze personali, politiche, economiche e sociali che altrimenti ostacolerebbero la loro traiettoria di vita. in altre parole essere empowered significa essere capaci di compiere scelte e di agire efficacemente in base alle scelte compiute. Ciò a sua volta comporta la capacità di influenzare la gamma delle scelte disponibili e gli ambiti sociali nei quali le scelte vengono compiute e perseguite. Per dirla in modo schietto, l’autentico empowerment richiede l’acquisizione non solo di capacità che permettono di giocare bene a un gioco progettato da altri, ma anche di poteri che permettano di influenzare gli obiettivi, le regole e la posta in gioco: in breve, capacità non solo personali, ma anche sociali.

L’empowerment richiede la ricostruzione dei vincoli intersoggettivi, la volontà e la capacità di relazionarsi agli altri nello sforzo continuo di rendere la coabitazione tra gli esseri umani un ambiente ospitale eamichevole, nel quale uomini e donee che lottano per l’autostima possano cooperare reciprocamente allo sviluppo del loro potenziale e all’uso appropriato delle loro capacità. A conti fatti, uno degli aspetti decisivi dell’educazione permanente finalizzata all’empowerment è la ricostruzione di uno spazio pubblico, oggi sempre più abbandonato, nel quale uomini e donne si possano impegnare in una composizione tra interessi, diritti e doveri, individuali e comuni, privati e comunitari.

“Alla luce dei processi di frammentazione e segmentazione e della crescente diversità individuale e sociale”, scirve Dominique Simon Rychen, “il rafforzamento della coesione sociale e lo9 sviluppo di un senso di consapevolezza e responsabilità sociale sono divenuti obiettivi sociali e politici fondamentali”. Al lavoro, nel quartiere e per la strada ci mischiamo ogni giorno con altre persone che come fa notare Rychen,”non necessariamente parlano la nostra stessa lingua (in senso letterale o metaforico) o condividono la nostra stessa memoria o la nostra storia”. In questa situazione le capacità di cui abbiamo maggiore bisogno per offrire alla sfera pubblica una ragionevole possibilità di risollevarsi sono le capacità di interazione con gli altri, cioè quelle con cui si può condurre un dialogo o una negoziazione, si può ottenere comprensione reciproca e si può riuscire a risolvere i conflitti inevitabili in ogni situazione di vita condivisa.

Permettetemi di ribadire ciò che ho affermato poc’anzi: nel quadro della modernità liquida educazione e apprendimento, se vogliono essere utili, devono essere continui anzi permanenti. Spero si riesca ora a vedere che una, forse la più decisiva, delle ragioni per cui devono essere continui e permanenti, ha a che fare con il tipo di impegno che dobbiamo affrontare nel nostro comune cammino verso l’empowerment : compito esattamente analogo all’educazione, in quanto anch’esso è continuamente problematico, mai compiuto, permanente.

 

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